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ARTE E CULTURA NEGLI ANNI NOVANTA
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Gli anni Novanta si sono consumati tra due eventi dopo i quali si è detto che sarebbe cambiato il mondo: la caduta del Muro di Berlino e l’Undici Settembre. Che cosa è effettivamente successo nell’arte e, più largamente, nella cultura in quel decennio? Quali effetti si possono registrare e quali tendenze si sono rese più visibili? O bisogna concludere che l’arte, e in generale la cultura, hanno vissuto l’ultimo decennio del Novecento, ed anche i postumi, senza avvertirne le scosse?
Di tutto questo si è discusso lo scorso venerdi 16 aprile in un Convegno internazionale che la Quadriennale ha promosso a Roma presso la Residenza di Ripetta.
Il Convegno, dal titolo "Arte e cultura negli anni Novanta", si è avvalso del sostegno della Regione Lazio e rientra nel programma di manifestazioni indette per la XIV Esposizione Quadriennale d’Arte.
La Quadriennale, storica istituzione culturale preposta all’arte contemporanea italiana, ha deciso di dedicare il Convegno all’ultimo decennio del Novecento anche per il carattere di straordinarietà che esso ha avuto nello sviluppo delle arti contemporanee. Nessun periodo, infatti, ha visto una proliferazione di musei, gallerie e mostre di arte contemporanea come quella verificatasi in questi anni, accompagnata da una rinnovata attenzione dei media e da una crescente partecipazione del pubblico. Un boom sullo sfondo di trasformazioni di eccezionale portata, come la fine dei blocchi, la rinnovata speranza di pace (accompagnata da nuovi conflitti e da inedite forme di ostilità), la globalizzazione dei mercati, l’espansione dei trasporti, l’introduzione dell’euro, lo spostamento di flussi sempre più consistenti della popolazione, la diffusione di Internet e della telefonia cellulare, solo per citarne alcuni.
Todolì e Gino Agnese |
Il programma del Convegno si è articolato in una sessione mattutina, dedicata alle arti visive contemporanee, e in una pomeridiana, che ha allargato il confronto ad altri ambiti culturali, dalla musica alla letteratura, dal cinema alla comunicazione e al costume.
Il Presidente della Quadriennale Gino Agnese che ha aperto i lavori del convegno ha proposto agli intervenuti spunti di riflessione partendo dalla caduta del Muro di Berlino, dalla tragedia dell’11 Settembre, spaziando tra la diffusione di internet e della telefonica cellulare alle dichiarazioni di Gertrude Stein sull’artista contemporaneo, al pensiero di Victor Zaslavsky sulla "guerra fredda", agli elementi di modernità di Gilles Lipovetsky: "Forse anche dagli anni Novanta sono partiti impulsi che stanno raggiungendo o hanno già raggiunto o raggiungeranno esiti preterintenzionali, nella nostra cultura o anche in culture remote. Ma è difficile indovinare quali impulsi, quali esiti, sebbene qualche volta le analisi centrino il bersaglio. In realtà, e in tutta evidenza, ai contemporanei è arduo comprendere il contemporaneo". Lo spagnolo Vicente Todolì, Direttore della Tate Modern, ha presentato una relazione dal titolo "La sindrome da blockbuster" con un’ampia panoramica sull’attuale realtà museale ed i pericoli che essa sta correndo: "Questo termine, coniato durante la seconda guerra mondiale per indicare un bombardamento aereo di proporzioni gigantesche, fu utilizzato per la prima volta dall’industria dello spettacolo per descrivere i film che attraevano un numero inusuale di spettatori, in parallelo a quelli che nell’editoria si chiamano "bestseller". La mostra che ha inaugurato l’uso dell’aggettivo "blockbuster" nell’arte è stata quella allestita nel 1977 presso la National Gallery of Art di Washington dal titolo "The Treasures of Tutankhamun", visitata da oltre 800.000 persone nel corso di 4 mesi. Dietro l’improvvisa popolarità di arte, musei e biennali si nascondono diversi pericoli: in alcuni casi l’arte è considerata come esca viva adatta alla pesca di un abbondante pubblico, come nel caso delle mostre blockbuster. C’è il rischio di un approccio standardizzato, nella programmazione delle mostre in funzione del successo di pubblico, che sminuisce la ricerca e la funzione educativa dei musei, oltre a impoverire la gamma delle loro attività e iniziative".
Il teorico e critico d’arte inglese Edward Lucie-Smith ha tracciato un quadro critico dello scenario dell’arte contemporanea negli anni Novanta: "L’elemento sconvolgente dell’arte contemporanea, spesso sottolineato dai servizi televisivi e dalla stampa, è parte integrante della sua identità. Lo shock alimenta la pubblicità che a sua volta attira i visitatori, ma di rado comporta conseguenze drastiche per chi l’ha suscitato. A quanto pare abbiamo assunto una mentalità tale per cui ciò che avviene all’interno dello specifico ambito dell’arte è per sua stessa natura un fatto sui generis, che difficilmente risulta dannoso".
A seguire, una tavola rotonda che, con la regia dello storico dell’arte Luigi Ficacci, si è animata nel dibattito tra l’artista di fama internazionale Nicola De Maria (di cui è in corso una mostra antologica a Roma), i galleristi Enzo Cannaviello e Lia Rumma, il critico d’arte Marco Vallora e il curatore capo del Mart Giorgio Verzotti.
Hanno aperto i lavori della sessione pomeridiana le relazioni del critico e storico dell’arte Renato Barilli, del docente di estetica Stefano Zecchi e del critico dell’architettura Deyan Sudjic, che si sono interrogati su come la condizione storica ed esistenziale degli anni Novanta abbia influito su quello che è avvenuto in ambito più largamente culturale.
Ha chiuso i lavori una tavola rotonda con la regia di Marco Belpoliti, alla quale hanno partecipato il compositore Mauro Bortolotti, il critico cinematografico Maurizio Cabona, il critico letterario Renato Minore, l’antropologo Riccardo Notte, lo storico Francesco Perfetti e lo scrittore Marcello Veneziani.